Odio i fumetti che sono il resoconto di vicende personali.
Odio i fumetti che a causa dell’assunto di cui sopra si limitano a
illustrare un testo fatto solo di didascalie.
Odio i fumetti che in virtù dei due assunti di cui sopra lasciano l’aspetto
grafico in secondo piano.
Eppure Tortas fritas de Polenta
mi è piaciuto.
Pubblicato originariamente sulla nuova Fierro
e riprosto oggi in volume da LaDuendes,
nasce come raccolta dei ricordi di guerra (la “guerra sporca”, quella delle
Malvinas/Falklands) di Ariel Martinelli, illustrati da Adolfo Bayúgar.
La vicenda prende inizio dal 1981 dopo una breve scena ambientata cinque
anni prima. La dittatura di Videla non è mai stata così salda al potere ma il
giovane Ariel sembra vivere quel periodo con la spensieratezza dei vent’anni e
dopotutto da quando ha raggiunto l’età della ragione non ha conosciuto altro.
Non mancano improvvisate dei militari nell’Istituto Tecnico dove studia, ma
anche il momento della leva obbligatoria viene ricordato con levità, anzi
decisamente con piacere.
Poi scoppia la guerra delle Malvinas.
Il rigore documentaristico con cui vengono raccontate le condizioni della
vita nei “pozos” scavati in quella terra inospitale e brulla è sempre
accompagnato da una carica emotiva coinvolgente che riesce a non diventare mai
patetica. Il freddo e la fame vengono evocati con un’efficacia notevole e non
risulta affatto incredibile che nel resoconto di Martinelli una battaglia
durata (dati alla mano) 3 giorni si dilati nel ricordo come se ne fosse durata
20.
Ai disegni Bayúgar sfodera uno stile dalle campiture bianche e nere
nettissime, in cui mi sembra evidente l’ispirazione ad Alberto Breccia. Paradossalmente
la qualità di stampa (su bella carta patinata) finisce per penalizzare un po’
la resa del fumetto visto che la divisione tra bianchi e neri non è sempre
nettissima ma si colgono le sfumature della tempera bianca usata per tirare
fuori i fumi delle esplosioni, le nuvole e altri dettagli.
Ah, comunque all’inizio ho esagerato: in Tortas fritas de Polenta non è che ci siano solo didascalie ma
anche molti bei dialoghi. E la struggente scena finale dell’epilogo è
interamente muta.